• Lago Titicaca, Uros Titino, Amantanì, Taquile
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L'itinerario in sintesi

Una giornata alla scoperta del lato peruviano del Titicaca, lago a 4000 metri di altezza dagli scenari unici. Prima tappa sono le isole Uros Titino, dove tutto è costruito con le famose canne di totora. Si prosegue poi alla volta di Amantanì, dove ci si arrampica sino in cima per vedere il tempio del Pachatata. Ultima tappa, dove ci si fermerà anche la notte per dormire in famiglia, è la meravigliosa Taquile.

Da Puno a Uros Titino

Lasciati gli enormi zaini in albergo a Puno e partiti solo con un borsoncino con il necessario per la notte fuori, la nostra guida, molto a modo, ci conduce al porto. Per questi due giorni intorno al Titicaca ci siamo affidati a Titicaca Tour, agenzia super recensita per questa zona non potendo optare, dati i tempi strettissimi, per trasporti condivisi. Oltre la guida locale, ci hanno fornito una lancia privata per le isole, il minibus per Puno e il bus (condiviso) che prenderemo poi per La Paz. Partiamo con un’intera lancia a nostra disposizione (manco fossimo sceicchi!). È una splendida giornata di sole, il lago è una tavola e l’aria è frizzantina al punto giusto. Navigare su questo lago con la brezza che ti scompiglia i capelli respirando l’aria purissima, è una sensazione unica. Nei pressi delle prime Uros si iniziano a intravedere qua e là i cespugli delle famose canne di totora e piccoli isolotti sparsi. Dopo una mezz’oretta di navigazione, arriviamo finalmente a Uros Titino. Il piccolo isolotto è fatto tutto di canne e metterci piede fa davvero una stranissima impressione!!! Ad ogni passo affondi nelle canne, camminando su qualcosa di soffice e morbido che però non ti dà mai un senso di instabilità senza intravedere acqua! Facciamo il giretto di quest’ isola dove inizialmente siamo soli insieme ai suoi abitanti. Ci sono almeno due o tre famiglie con bimbi più o meno piccoli che giocano qua e là. A detta della guida, a differenza degli abitanti delle altre isole galleggianti, loro si occupano attivamente della cura di flora e fauna locale, visto il crescente dell’inquinamento degli ultimi anni dovuto all’incremento di turisti. Guardiamo le casine di paglia dove vivono e in alcune ci sono anche delle vecchie tv, oltre che spessissime coperte di lana. Arriva nel frattempo un altro gruppo di turisti ed avendo ormai finito il giro, decidiamo di andar via. Non possiamo però non comprare qualcosina e contrattiamo con una delle signore un buon prezzo per dei cuscini di lana, ricamati a mano. 

Amantanì, l'isola dal fascino senza tempo

Dopo un’oretta e mezza di navigazione, arriviamo ad Amantanì, l’isola più lontana da Puno. Nel porticciolo dove sbarchiamo siamo solo noi, qualche pescatore e un paio di pecore. Missione: arrivare al tempio del Pachatata (Padre Cielo) su una delle sommità dell’isola. A guardarlo sembra lontanissimo. L’isola è deserta ma i vecchietti che incontriamo qua e là ci salutano sempre sorridenti. Il nostro tragitto è tutto in salita e a 3800 mt di altezza avvertiamo la fatica. Le nostre pause per riprendere fiato sono frequenti ma sappiamo che ce la possiamo fare. Il clima però è ideale: il sole picchia ma è accompagnato da un vento moderato che all’ombra ti fa tenere il pile addosso. Man mano che andiamo avanti, troviamo casupole sparse e qualche signora con asini al seguito, carichi di tutto. La cosa più bella è che l’isola è davvero deserta. Grazie infatti alla scelta di dormire a Taquile e non qui, siamo controcorrente e i gruppi di turisti devono ancora arrivare. Una delle nostre soste è nei pressi di un campetto di calcio/basket dove ci sono dei ragazzini che giocano e altri che preparano una festa locale, prevista per la settimana dopo. A bordo campo invece, un gruppetto di signore intente a pelare patate tra una chiacchiera e l’altra. Quello che più mi colpisce sono i volti e i sorrisi delle persone e dei bambini. Tutti sereni e sorridenti, vivono in questo posto che sembra di un altro mondo e di un altro tempo con case con tetti in lamiera, senza riscaldamento, nonostante il freddo pungente. Loro però, sembrano non curarsene e star bene così. 

Riprendiamo il tragitto e per aiutarci contro l’affaticamento, la nostra guida ci mostra una cosa fenomenale: la muña! Questa piantina, tipica della zona, strofinata tra le mani rilascia un odore particolarissimo (tipo Vicks!) che respirato, incredibile ma vero, ti apre i polmoni! Scoperto ciò, ce la mettiamo in tasca e proseguiamo. Man mano che si sale il panorama è sempre più bello e dopo circa un’oretta arriviamo a destinazione. Possiamo però ammirare le rovine solo da lontano, poichè chiuse da un cancello. Il dislivello percorso è stato solo di 500 mt ma ci è sembrato il doppio. Secondo la nostra guida, tradizione vuole che si debbano fare tre giri intorno alle rovine per buon augurio. Il primo giro per una buona salute, il secondo per il lavoro/fortuna e l’ultimo per l’amore/famiglia. E dopo questo “rituale”, essendo ancora soli, ne approfittiamo per goderci lo splendido panorama su tutto il Titicaca. A guardarlo così non sembra proprio un lago. Più cerco l’orizzonte poi e più mi sembra infinito. La quiete di questo posto ha un fascino tutto suo e ti avvolge, come fossi in un luogo senza tempo, regalandomi sensazioni ancora ferme nel cuore e nella mente. Non vorrei mai andarmene, rimarrei qui in eterno. Dobbiamo però tornare alla barca per proseguire alla volta di Taquile. Ripercorriamo il sentiero dell’andata, passando per le diverse terrazze adibite ad agricoltura prettamente di quinoa e patate.

Taquile e l'esperienza di dormire in famiglia

Ripresa la lancia, dopo un’oretta di navigazione, arriviamo a Taquile, sbarcando a Puerto de Ocio verso le 14:00. Qui incrociamo i vari gruppi di turisti che stanno andando via. La salita verso il centro del paese è davvero tosta e, in alcuni punti, tanto ripida che mi arrampicherei quasi con le unghie se servisse 😛 Dopo una trentina di minuti di fatica, passata la piazza centrale arriviamo dalla famiglia da cui alloggeremo. La signora, un po’ timida, ci accoglie e ci mostra le nostre stanze. Due camere a cui si accede da una specie di ballatoio esterno, senza ringhiera e con delle scalette un po’ sconnesse. Il bagno è solo un wc esterno situato prima delle scale mentre, per il resto, l’acqua corrente non c’è. Il panorama anche qui è mozzafiato. Mentre aspettiamo che la signora ci serva il pranzo, facciamo conoscenza con i tre bambini della famiglia, carini e sorridenti: Elisa, Jesus e Noè. Elisa la più grande, ci serve un zuppa di quinoa e trota rigenerante e molto saporita. Per secondo invece mangiamo una trota a la plancha, molto buona ma un pò agliosa. Dopo pranzo, la nostra guida, non troppo simpatica, ci racconta qualcosa delle usanze taquilane. Gli uomini qui si occupano della lavorazione dei tessuti e, prima del matrimonio, tessono a mano un cappello che deve essere talmente fitto da poter essere riempito d’acqua senza far uscire neanche una goccia. Finchè non lo realizzano, la futura moglie non viene data in sposa. Altra cosa curiosa è che i ragazzi, prima di sposarsi, convivono obbligatoriamente due anni e alla fine di questi, se la convivenza non è andata bene, non si sposano. Dopo il matrimonio inoltre, sempre gli uomini, indossano una cintura in tessuto in cui vi sono cucite delle treccine con i capelli della moglie, come simbolo d’appartenenza. Altro oggetto “cult” di cui racconta, sono i cappelli bianchi con diversi pon pon e ricami colorati che abbiamo notato a diversi uomini. Questo tipo di cappello viene dato di volta in volta a chi ricopre il ruolo di capo del villaggio: terminato il suo incarico, potrà comunque essere indossato ad honorem per essere ricordato. 

Verso le 17:00, usciamo per andare a vedere il tramonto dalle rovine in cima l’isola. Durante il tragitto notiamo che sui i tetti ci sono enormi gonne stese e pelli di pecora. La guida ci dice che c’è un matrimonio (a cui siamo gli unici non invitati!) e che, in tale occasione, le donne si vestono con un poncho nero e vengono sacrificate appunto le pecore come presente. Oltre al bestiame, pare inoltre che come dono, visto il costo elevato, le casse di birra siano la cosa più gradita. Arrivati in cima, sempre con un po’ di fatica e aiutati dalla muña, ci fermiamo ad aspettare il tramonto. Il vento tira forte e inizia a fare freddino ma la vista è incantevole e il lago, tinto ormai di rosa e arancio, ti fa dimenticare tutto il resto…

Dopo una mezz’oretta, calato il sole, riprendiamo la strada di casa. Proviamo a farci un giretto nella piazza ma le luci accese sono pochissime e i negozi chiusi. Sono infatti tutti al matrimonio e siamo veramente soli. La cena, a base di zuppa e omelette con patate molto buona, ci viene servita dalla piccola Elisa, rimasta l’unica in casa. Prima di andare a dormire, ci godiamo dalla nostra terrazza lo spettacolo meraviglioso del lago e la marea di stelle che lo circondano. Il Titicaca è davvero un posto unico al mondo e riesce ad emozionarti a tutte le ore del giorno. Non essendoci molta vita, andiamo a dormire con in sottofondo la musica del matrimonio che si protrae sino alle tre del mattino…


2 commenti

camilla corradini · 21 Ottobre 2018 alle 2:55 PM

Questo racconto è stupendo, io desidero tanto andare in Perù ma non ho ancora trovato il momento giusto. Sicuramente quando lo farò dovrò inserire questa tappa.

    Ela · 21 Ottobre 2018 alle 10:44 PM

    Ciao Camilla, grazie 🙂 Sì Assolutamente è una tappa che suggerisco sempre, così come l’intero viaggio in Perù. Io ormai lo porto nel cuore 🙂 🙂

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